Storielle interessanti o meno , mie o del mondo che sta intorno, se volete potete partecipare.

 

4 novembre 2010

C'è un libro che mi viene in mente nel vedere queste immagini, il titolo è: "Sultano delle Nevi"di Alberto Segàla , è la storia di uno  stambecco dalle dimensioni e dal carattere straordinari, che viene tenuto d'occhio da una guardia forestale, che catturato dalla personalità dell'animale, comincia a seguirlo, come in un giallo, lo pedina incuriosito dal suo mistero, con fatica e perseveranza.. E' una storia emozionante e commovente.
 Questi stambecchi invece sono stati ripresi in questi giorni sulla diga Piemontese, in arrampicata praticamente verticale.
braveness
Mi commuove sempre quando la Natura supera se stessa.

Vedere questi animali così temerari, equilibristi -  umili -  fare questo per procacciarsi i sali minerali utili alla loro alimentazione , evoca qualcosa di diverso dall'azione del mangiare per sopravvivere, . Rende l'azione del nutrirsi qualcosa di più alto di quello che facciamo noi, comodamente alla nostra tavola, richiama alla mente quasi  un rituale sacro.

 
Se penserò a loro, la prossima volta che dovrò allungarmi un po' di più per prendere la scatola del sale dalla mensola sopra la mia testa,  la cosa mi peserà meno .

 

(...)
s'arrampicano in cima con quei ginocchi secchi
e tutto il mondo giù respirano
si fanno roccia
e al sole un'altra volta guardano
poi chiudono per sempre gli occhi gli stambecchi
(...)



Pace - (Oltre - C.Baglioni)
 

IL MIO YOGA

 
Quando mi chiedono cos’è lo Yoga, rimango sempre un po’ imbarazzata.
Non ne parlo con facilità, come per tutte le cose che conservano un mistero, un segreto prezioso tra te e loro.Quasi un patto di fedeltà.
Lo Yoga è una pratica, una disciplina, una filosofia, una forma spirituale e scentifica, per il nostro corpo, per il nostro spirito. E qui potrei proseguire per mille pagine, e per questo non riuscire a trasmettere niente.
 
Lo Yoga è pratica, pratica, pratica, e c’è un momento nella pratica in cui, inevitabilmente succede qualcosa, a ciascuno prova una reazione simile, ma diversa, come diversi siamo tutti noi.
 
C’è un momento, anzi molti di più nel corso degli anni, - in cui tutto ci si svela come se fosse qualcosa di mai conosciuto prima, quasi un incanto che ti dice qualcosa di bellissimo, su di te, e sul mondo che prima non sapevi e che da quel momento in poi vedi con occhi diversi.
 
Sapere che quel nervo che hai alla base del collo, è direttamente legato alla punta del terzo dito della tua mano, non è la stessa cosa del sentirlo davvero: in quell’istante, in quel momento, insieme al tuo respiro, e quindi alla piena consapevolezza di essere te, in quel momento, senti come non mai di essere vivo, parte di un tutto.
 
So di non saperlo spiegare bene, ed è giusto così, solo i pochi illuminati riescono nella teoria a spiegare questa meravigliosa esperienza dello Yoga, che come tutte le cose meravigliose, è solo da provare e non da dire.
 
La strada per raggiungere ciò che cerchiamo la possiamo trovare solo noi stessi, nessuno ce la indica, nessuno può dire a un altro, dovresti fare Yoga , poichè questo non è yogico.
 
Lo Yoga non è per tutti, e non tutti sono per lo yoga. Ciascuno deve cercare ciò che gli assomiglia.
 
Al di là di ciò che lo Yoga significa, che qui non voglio e non posso, e non so scrivere, c’è una cosa che merita di essere però sottolineata, è una regola base che fa parte dello spirito dello Yoga, e senza la sua osservanza, meglio che ci dedichiamo a un’altra disciplina. Lo Yoga non è violenza, non è aggressività, non è competizione, non è gara, mai.
 
Non deve e non esiste nello yoga, il concetto di : arrivare a fare qualcosa in un certo modo perchè anche gli altri lo fanno. L’unica scommessa che si deve vincere è quella con se stessi. Nessuno può, ne deve mettersi in competizione nel voler raggiungere un obiettivo perchè così è stato fissato per tutti. Lo Yoga ti fornisce gli strumenti per arrivarci, tu poi, fai fin dove arrivi, ovvero quello che ritieni importante per te riuscire. Ma se il fine esiste, se un traguardo esiste è per te, con te stesso, non con altri, o con regole. Devi saperti imporre il limite giusto per la tua natura, per il tuo corpo. E solo tu, se ti conosci sai quale esso sia. Questo comporta una forma di autodisciplina , che diventa formativa e lavora in modo sottile ed invisibile dentro di te, poichè implica due cose fondamentali. La prima: conoscerti. O imparare a farlo. La seconda: accettare i tuoi limiti. Con serenità, anzi con gioia. Per scoprire magari, dopo giorni, settimane, mesi, o anni di pratica, che il limite che avevi accettato, lo hai superato, e non te ne eri nemmeno accorto!
Questa è una delle enormi differenze tra lo Yoga e altre forme di disciplina sportiva. Sembrerebbe una cosa irrilevante, ma al contrario è qualcosa di così lontano dal nostro concetto occidentale di competizione, in tutti gli ambiti della nostra vita, da assumere nel tempo una conseguenza invisibile, sottile dentro chi lo pratica.
 
 
Siamo o non siamo fatti di corpo – che a momenti dà gioie, altri dolori,o entrambe le cose?
Siamo o non siamo fatti di altro dal corpo, qualcosa di incorporeo, qualcuno lo chiama spirito, altri anima, altri energia, altri mente, o psiche, altri chissà. Credo che a tutti prima o poi sia capitato di sentire che c’è qualcosa da allineare, da amonizzare, tra questi due aspetti della nostra vita. L’uno a volte sovrasta l’altro, o lo sottrae, creando una lotta che in molti casi crea una disarmonia, inevitabilmente. E’ il destino dell’uomo, da sempre , che si trova nella situazione di essere a questo mondo, fomato da questi due grandi elementi, e farli convivere è una sfida, che lo Yoga affronta cercando di metterli insieme, di farli stare assieme. Se non avete mai riflettuto, o vissuto questa situazione (se mai vi è venuto in mente che siete fatti di corpo e spririto per dirla un po’ terra – terra) beh forse lo Yoga non è per voi, ora. Siete a un grado di spiritualità lontano dal mondo yogico.
In posizione diametralmente opposta invece ci sono alcune persone che sono nello Yoga, pur non avendolo mai praticato, mai avvicinato. Non se ne incontrano di frequente, ma io qualcuna ne ho conosciuta.
Per loro lo Yoga non sarebbe inutile, ma certo non indispensabile, perchè ciò che di più profondo esiste nella saggezza yogica è già dentro di loro. Hanno raggiunto quello stadio spirituale che molti rincorrono una vita senza raggiungerlo mai.
 
Ma questa forse è un’altra storia.

Hari Om

Lory

14 ottobre 2010: I MINATORI CILENI SONO TORNATI TUTTI

MANCA SOLO PABLO!

.... l'unica cosa che manca in questa storia terribile e meravigliosa, è la forza poetica, trascinante,  quanto unica che possa davvero dare memoria e pensiero a questa vicenda. Il loro concittadino, che non c'è più, chissà che parole memorabili e potenti avrebbe saputo usare, per questa favola, nella poesia che Pablo Neruda non ha potuto scrivere .

(vi rimando alla pagina "Questi artisti")

Ai presenti assenti

 

Mi avete abbandonata ancor prima di esservene andati

Tutti

Mi avete disdegnata prima ancora di poter essere degna

Di voi

Mi avete fatta aspettare

Prima di aver fissato l’ora

Avete disatteso con i fatti

Ancor prima

Che la promessa fosse suggellata

 

Avete saputo rendermi

Silenziosa

Prima di avermi ascoltata

E respinto ogni pensiero

Prima che io potessi pensarvi

 

Siete riusciti a trovare le scuse

Prima di aver ricevuto il mio invito.

 

Sola

Mi avete lasciata

Prima che vi chiedessi compagnia

 

Per la paura che potessi,

Essere.

 

 

Non so se sarò qui

In quel momento

 

Perché mi avete abbandonata

Prima che me ne fossi andata

 

K.H. 23 marzo 2010

 

 

 

16 Marzo
 
Stamattina un programma di approfondimento alla tv, dopo il notiziario , prima di uscire di casa mi riporta indietro nel tempo, non sono più nel 2010, ma ho 11 anni.
Le pagine del calendario si sono ricomposte sulla parete, un foglio dopo l’altro ed eccoci qui   è il 1978.
E' un giovedì di marzo.
 
-Milano, dintorni della scuola, c’è un cielo di prima primavera.
E’ la mia scuola media , io frequento la prima. La scuola è la  “Mario Donati” , una struttura prefabbricata, mi piace la mia scuola, però, è piena di luce e di gioia.
Io la vivo così, mi piace tanto, ci sto bene, è bello sapere che finalmente, la mia acquistata libertà significa andare e tornare non accompagnata, ma con le amichette, ci sentiamo un po’ grandi, e si respira meglio senza l’assillo di mamma e papà.
 
Ma non quel giorno, c’è qualcosa di strano quel giorno. Milano sembra avere una strana cappa sospesa nel cielo. Me ne accorgo quando all'uscita, camminando lungo il vialetto vedo strane facce, alcuni indifferenti, altri sembra che sappiano qualcosa, qualcosa di non bello. Io cammino svelta , la cartella pesa, la camminata no, ma girato l’angolo, eccolo è lì.
 
Mi fermo contrariata, perché è venuto a prendermi? Io voglio andare fino a casa da sola, sono capace, so attraversare la strada.
Papà mi si fa incontro, ha gli abiti da lavoro e dice qualcosa, che è successo un brutto fatto in Italia. Non so cosa sia ma avverto che è qualcosa di male, che non doveva succedere, e che in qualche modo non solo sfiora ma coinvolge la mia vita di bambina.
 
Ha deciso di venire a prendermi papà, preso da una strana paura, irrazionale e illogica, come accade quasi sempre con le paure che non conosciamo.
 
Nonostante tutto, in qualche modo capisco, e non mi oppongo come avrei normalmente fatto e taccio.
Un silenzio che, mentre camminiamo insieme , si fa sempre più significativo, per un fatto, che di fatto un significato non ne vuole avere.
 
Un silenzio ammutolito, dopo il fracasso delle mitraglie che a Roma ne sterminò 5 di uomini della scorta di Aldo Moro, quella mattina in Italia, del 16 Marzo 1978.
 
 
Esempio di testo

 

LA STORIA DEI BIMBI-FIORE

 

 

C’era una volta, in un paese molto lontano e molto nascosto, un piccolo villaggio meraviglioso fatto di casette colorate, di tantissimi fiori rari e unici, di alberi magici, e di gnomi piccini, e fate e streghette buone e divertenti. Il paesello circondava un castello in cima a una collina piena di alberi e prati verdissimi, e sorgeva in mezzo a un’isola.

L’isola galleggiava in mezzo a un lago bellissimo.

Purtroppo un giorno a causa di un sortilegio misterioso  il  paese, con l’isola, e il castello caddero nel buio più totale, tanto da non  poter essere visti più da nessuno. Si sapeva che c’era ma nessuno poteva trovarlo, e purtroppo anche con luci di ogni genere, ne’ fuochi, ne’  torce, o candele,  si riusciva a rischiarare la zona di questo villaggio e del suo castello. Il buio era diventato perenne, non si sapeva nulla più dei suoi abitanti ne’ della sua principessa e del suo principe, ne’ dei bambini che vi abitavano. E questo buio proseguì per molti anni, tanto che il castello all’interno del villaggio divenne chiamato il misterioso e scomparso Castello delle Tenebre.

 

Un giorno di primavera tre ragazzine nel giocare nei pressi del lago in un prato pieno di erba e di fiori si allontanarono senza avvedersene a furia di rincorrersi. Dimentiche del tempo che passava, senza rendersene conto si persero in una grande radura nei pressi del lago delle tenebre.

Quando si resero conto che ormai era sera e che i genitori non erano più con loro, le mamme e i papà cominciarono a cercarli perché stava scendendo la sera ed erano preoccupati, sapevano che non molto lontano da lì c’era il lago con il Castello delle Tenebre.

Le bambine prese dal panico cominciarono a correre a correre, senza accorgersi che correndo e correndo arrivarono in fondo a un sentiero che portava …..alla riva del lago. Stava scendendo ormai la sera, e il buio perenne stava cominciando ad avvolgere il lago, la sua isola, il villaggio , sulla cui sommità  sorgeva il Castello scomparso nelle tenebre.

Le tre bambine si chiamavano Lariella, Miniella e Doriella.

Cominciarono a guardarsi intorno spaventate, si presero  per mano, e si misero a piangere chiamando la mamma e  il papà, e urlando chiesero aiuto: - Aiuto! Aiuto! Qualcuno ci aiuti! Ci siamo perse! Aiuto! -

A un certo punto stanche dal tanto urlare, e stringendosi forte forte l’una all’altra si sedettero a riposare un po’ sulla riva del lago, ormai disperate.

Nel silenzio che c’era intorno parve loro di sentire una vocina flebile flebile, sembrava un suono.

Lariella disse: - Shh! Non sentite anche voi questa voce? E Miniella disse: -A me sembra di non sentire nulla. - Allora Doriella, la più saggia disse: - Zitte! se facciamo silenzio forse riusciamo a capire se c’è qualcuno qui. Avevano molta paura, ma la vocina si fece sentire ed aveva un suono dolce e gentile, quasi il suono di un usignolo.

- Eccomi bambine, sono qui, guardate in basso, in mezzo all’erba, guardate guardate tra l’erba sono qui……- ” E guardando meglio scorsero un esserino a forma di filo d’erba piccolo piccolo con due ali, ma che visibilmente non potevano volare. Aveva l’aspetto di una fatina minuscola quasi invisibile! Aveva il corpo verde e due alucce trasparenti, e capelli argentati come la rugiada.

E con la sua vocina dolce disse: - Belle bambine come sono contenta di vedervi, io sono Luciella, sono una lucciola senza più luce! Faccio parte dell’incantesimo del Castello delle Tenebre e sono condannata a non dare più luce! E’ tanto che vi stavo aspettando” – Le bambine stupite ma rincuorate di aver trovato un’amica, le dissero. - Cara Luciella, ti prego aiutaci tu a trovare la strada per tornare a casa, ci siamo perse. -

La piccola lucciola senza luce però disse loro: - Care bambine, non posso, io non conosco la strada per tornare, conosco solo la strada per andare al Castello, se riusciremo a far tornare la luce al villaggio e al castello, soprattutto facendo sbocciare i fiori del giardino incantato, poi i  vostri genitori sicuramente riusciranno a venire a prendervi, ma prima dovete aiutarmi a far sciogliere l’incantesimo. Una fata buona mi disse che solo dei bambini giocosi e coraggiosi  potevano aiutare il villaggio a ritrovare la sua vita, e la luce e la gioia di vivere. Vi prego aiutatemi! Andiamo al villaggio, ho qui una barca per attraversare il lago , portatemi con voi perché le mie ali non possono più volare .-

Le bambine, molto impaurite non sapevano cosa fare, non potevano tornare, non sapevano la strada, e non volevano rimanere lì. Alla fine decisero con coraggio, di provare ad andare sull’isola, far tornare la luce e così farsi trovare dalle mamme e dai loro papà.

Luciella gli spiegò bene cosa dovevano fare, e disse loro che se avessero fatto tutto con coraggio e senza fermarsi sarebbero riuscite a sciogliere il maleficio.

Le mise su una barchetta , loro presero Luciella su una spalla e partirono,

 

                     

 

 

 La piccola lucciola sapeva la strada seguendo il vento e la corrente, e in breve approdarono sane e salve sull’altra riva, sull’isola; lì si trovarono all’ingresso  di un bosco profondamente buio  allora le bambine ricominciarono a piangere dalla paura; - Noi non vogliamo andare avanti abbiamo paura.  -

Ma in quel momento da una fronda di un albero si sentì un canto.

- Cip cip! Cip cip! Eccole eccole sono arrivate! - Era la voce di un uccellino che cominciò ad annunciare al bosco l’arrivo delle bambine: - Era ora che arrivaste, sono anni che aspettavamo qualcuno che venisse ad aiutarci. Salve, non mi sono presentato io sono Bircio, l’uccellino della luce, purtroppo però da quando c’è questo incantesimo non mi illumino più come prima, solo la punta della mia coda diventa luminosa. Infatti con grande stupore delle tre bimbe, Bircio aveva una bella codina luminosa, che faceva luce in tutte quelle tenebre. Le bambine erano un po’ rincuorate  e Bircio fece loro strada con quella codina tutta luminescente che svolazzava davanti a loro. Cominciò a raccontare loro delle storielle divertenti e simpatiche mentre si inoltravano nel bosco e così non si accorsero che cammina e cammina avevano fatto molta strada ed erano stanche morte.

Bircio, Luciella, e le tre bambine Miniella, Doriella, e Lariella, decisero che bisognava dormire un po’ ma non si sapeva bene dove! Le bambine avevano molta paura, ma mentre stavano per cominciare di nuovo a piangere, Doriella disse - Smettiamola di piangere, speriamo che anche adesso qualcuno venga in nostro aiuto! -  E così fu.

Un tronco per terra su cui si erano sedute cominciò a muoversi, e una voce un po’ profonda e roca che proveniva dal legno disse:- Salve belle bambine, vi stavamo aspettando! Riposate, io sono Woody, il tronco magico e vi aiuterò ad addormentarvi.-  Quindi il tronco cominciò a dondolarsi dolcemente, le bambine chiusero gli occhi e Bircio iniziò a cantare una bellissima ninna nanna tanto che le tre bimbe in quattro e quattr’otto erano belle che addormentate!

Ninna nanna del bosco buio

Al mattino arriverà il sole

Ninna dei bimbi-fiore

Fai sbocciare tutte le viole

Ninna nanna belle bambine

Fate accendere tante lucine

Dopo qualche ora di sonno, Woody si mise a canticchiare una canzone da boscaiolo piena di risate e così le bimbe si svegliarono senza problemi, e Luciella, la lucciola le spronò:- Forza bambine andiamo,  riprendiamo il cammino dobbiamo arrivare al di là del bosco, solo così riusciremo a spezzare l’incantesimo. -

Le bambine però avevano paura e non volevano andare avanti. Cominciarono a piangere ma Luciella, allora disse loro: bambine se continuate a piangere non arriveremo mai! Ormai siete nel bosco, se andiamo avanti con coraggio vedrete che andrà tutto bene, Le bimbe si calmarono e cominciarono di nuovo a  camminare guidate da Luciella.

A un certo punto arrivarono a una radura in mezzo al bosco, avevano fame e non sapevano cosa mangiare.

Come se niente fosse però un ramo di un albero si abbassò e disse: Belle bambine ho qualcosa per voi, io sono Frosky e guardate qua! Si aprirono delle grandissime foglie e dentro c’erano dei frutti succosissimi e buonissimi, le bambine li mangiarono di gusto grate e così furono rifocillate, ripresero forza e coraggio e salterellando ripresero la strada.

Ormai camminavano da diverse ore ed erano stanche avevano sete, e avevano paura, perché il buio diventava sempre più fitto e non sapevano  dove stavano andando.

A un certo punto Luciella, disse loro - Lasciatemi qui, ora in avanti dovete andare da sole, io non posso più accompagnarvi, ora dovrete cercare il giardino incantato, se riuscirete ad annaffiare i suoi fiori e a risvegliarli e a farli sbocciare di nuovo allora l’incantesimo si spezzerà e tornerà la luce sul villaggio, sull’isola, nel bosco e al Castello. -

Le bambine non volevano proseguire da sole ma Luciella, disse loro:- Se voi non farete questo tentativo quest’isola  e tutti i suoi abitanti rimarranno per sempre nel buio. Vi prego, vi prego fatelo per noi -

 

Questa volta fu Miniella a parlare: - Amiche mie, siamo insieme, siamo arrivate fin qui, stringiamoci forte facciamoci coraggio e andiamo avanti! Forza! -

Salutarono Bircio, Luciella, Woody e Frosky e si incamminarono questa volta solo loro tre. Il terreno cominciava a diventare più ripido e facevano molta fatica, il buio era sempre più pesto e per non perdersi si tenevano per mano. Andarono andarono andarono finchè non finirono gli alberi e allora successe che si sentì un rumore di acqua, era un ruscello che gorgogliava in modo allegro. Vicino al ruscello c’erano tre secchi . Il ruscello parlò  gorgogliando felice: - Oh come sono contento che siate arrivare, belle bambine, io sono Springio! Vi darò da bere,e da lavorare, forza dovete fare in fretta, vi abbiamo aspettate così a lungo! -

Così le tre bimbe ascoltarono un po’ di barzellette di Springio che era davvero molto simpatico e sapeva far ridere tanto che dal ridere faceva loro male la pancia. Dopo che tutte e tre si furono rinfrescate ed ebbero bevuto l’acqua fresca e buonissima di Springio, il ruscello disse loro:  - Ora prendete un secchio ciascuna e andate avanti, presto,  l’acqua vi servirà quando sarete in cima. –

                         

 

Raccolsero un secchio ciascuna e con fatica perché erano pesanti si misero a camminare

Per farsi coraggio tutte e tre si misero a cantare una bella canzoncina di quelle imparate a scuola. La paura se ne stava andando perché finora avevano trovato solo nuovi amici simpatici.

 

Salirono e salirono e salirono, erano stanche e non avevano fiato, ma volevano finalmente spezzare l’incantesimo del castello di tenebre.

A un certo punto sentirono un profumo fortissimo, era un odore buono….di fiori!

Capirono di essere arrivate finalmente al giardino incantato.

Sentirono gli alberi che cominciavano a far frusciare leggermente le loro fronde.

Quindi, cantanto una canzoncina tutte insieme, entrarono nel girardino e con l’annaffiatoio iniziarono a bagnare tutti i fiori.

 

Acqua gioiosa,

acqua piovosa

togli la sete ai Bimbi-Fiore

falli sbocciare

falli aprire

falli cantare

sotto un bel sole.

Fate e maghetti,

gnomi e folletti

questa magia

portatela via

cacciate via il buio

portate il sereno

che la nostra voce

porti la luce

 

 

 

… piano piano apparve un primo raggio di luna che si faceva strada in mezzo al cielo nero. Così poterono vedere una scena bellissima: i fiori grandissimi e coloratissimi come non ne avevano mai visti, si stavano aprendo e sbocciando rivelarono che dentro c’erano tanti bambini bellissimi erano infatti i leggendari Bimbi-Fiore! I bambini erano rimasti chiusi lì vittime dell’incantesimo in attesa che altri bimbi avessero il coraggio di venire ad annaffiarli.

Non potete immaginare la gioia dei bimbi- fiore e della loro gratitudine. Uno dopo l’altro sbocciarono tutti, avevano un profumo e dei disegni bellissimi e tutti insieme ringraziarono le tre bambine, cominciarono a giocare e a rincorrersi . In mezzo alle risa dei bimbi-fiore e delle tre coraggiose bambine piano piano, il buio si diradò.

Come per una magia  bellissima le nubi nere divennero bianche.

Le nubi bianche cominciarono ad aprirsi.

Sotto le nubi comparve il cielo, azzurro, azzurro.

In mezzo all’azzurro accecante, dopo tanti anni sbucò il sole che presto splendette alto in cielo con tutti i suoi raggi dorati.

 

Allora tutto il paese si risvegliò! Le bambine videro tutte le finestre delle casette colorate aprirsi una dopo l’altra la gente scese per strada felice.

I bimbi-fiore erano così felici, e il Castello delle Tenebre apparve, ma non era più grigio era bianchissimo! Si aprirono le porte del castello e uscirono il principe e la principessa che fino allora erano rimasti prigionieri dell’incantesimo.

Vollero dare una festa per ringraziare Doriella, Miniella e Lariella del coraggio che avevano avuto. Finalmente i bimbi-fiore erano liberi di crescere e di far nascere dopo di loro altri bimbi-fiore . Solo altri bambini, infatti, come loro,  giocosi e contenti, e senza paura potevano spezzare l’incantesimo, ma fino allora nessuno aveva avuto il coraggio di attraversare il bosco di tenebre.

 Nella sala più grande del castello, finalmente illuminata e bellissima, ci furono musica e danze, e tutto il paese partecipò alla festa che durò molti giorni.

 

Grande fu la gioia di tutti, ma soprattutto le bambine erano felici, di aver aiutato tutto il villaggio a ritrovare la luce, i bimbi-fiore a sbocciare di nuovo, e di aver trovato nuovi amici.

Alla festa, infatti, venne Luciella, che nel momento del tramontar del sole ritrovò la sua bella luce da lucciola, e le sue ali poterono ricominciare a volare. Arrivò Bircio, che nella notte divenne tutto fosforescente e non smetteva di cantare dalla gioia.

E tutti gli uccellini, e gli animali dell’isola finalmente poterono risvegliarsi, dopo il lungo sonno dovuto alle tenebre.

 

Il principe e la principessa finalmente di nuovo felici insieme al loro popolo, fecero venire i più bravi musicisti, regalarono alle bambine dei vestiti di seta e piume bellissimi, e dissero - Siamo stati fortunati perché per far ritornare la luce nel nostro paese, ci voleva solo un po’ di coraggio. –

 

Quando fu il momento di andarsene le tre bambine videro arrivare i loro genitori che erano venuti a prenderle,  avevano potuto raggiungere l’isola su una barca perché finalmente era arrivata la luce e gli aveva indicato la strada.

Grande era la contentezza di tutti.

Di giorno il sole era alto nel cielo e risplendeva sui bimbi-fiore che così potevano sbocciare tutti i giorni e giocare.

Quando il sole calava sull’isola, le acque del lago erano tanto blu, che la luna risplendendo sopra di esse creava un tal luccichìo da farle sembrare un cielo stellato.

 

E tutti vissero felici e contenti di aver ritrovato la luce.

  

 

 

 

 

 

Ó Autore: Loredana Casali

 

Elogio dell'inverno.

Sì è vero odio il freddo, amo il caldo,e quest'inverno ci mette alla prova, ma forse è proprio questa durezza, che ci mette alla prova (almeno a me provoca questo effetto) che non riesco a vedere come aspetto totalmente negativo. Mi viene sempre in mente quella poesia "Non amare il florido ramo" - se non ci fosse l'inverno a proteggere germogli e radici, a dare forza ai colori che verranno, a far lavorare nell'ombra la vita, come sarebbe poi? Non sarebbe tutto più grigio? E se non ci fosse l'inverno, con le sue strade innevate, l'aria fredda che entra nel naso, il grigiore di quei cieli cupi - apprezzeremmo poi la primavera nella sua pienezza?

 

(08/02/2010)

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